L’inserimento al nido: la terra di mezzo

bimbo con ciuccio

Siamo dei veterani dell’inserimento.

A 18 mesi non ancora compiuti, Balù è già alle prese con il suo secondo asilo nido. Non perché il primo (che ha iniziato a frequentare a 9 mesi) non ci piacesse, anzi, ma perché quest’anno ad aprile io non ero in balia di un bambino di un mese e ho potuto iscriverlo alle graduatorie del Comune. Morale: siamo passati dal privato al pubblico. E si ricomincia da capo la trafila dell’inserimento.

Trovo molte differenze tra il primo inserimento e questo, legate sicuramente alla dimensione della struttura e all’età di Balù. Anche questo asilo mi piace molto e, siccome io e mio figlio fino ad ora abbiamo dimostrato di avere gusti simili, sono tranquilla e prevedo che a breve Balù varcherà la soglia del nido sorridente e mi farà capire che devo darmi una mossa a togliergli le scarpe perché vuole andare a giocare, proprio come faceva la scorsa primavera.

Ma la differenza più grande è il modo in cui io affronto quest’inserimento: me lo sto proprio godendo, con quel piacere dolceamaro delle cose buone che prima o poi finiscono. La cosa buona che prima o poi finisce non è tanto l’inserimento in sé quanto la provvisoria routine che instaura. Adesso lo so che alla fine dell’inserimento ci sono giornate intere senza mio figlio. Lo so perché l’ho vissuto, prima lo sapevo e basta.

Non fraintendetemi: il nido per noi è una scelta obbligata, certo, ma è una scelta felice. L’esperienza dello scorso anno è stata super positiva e, per come è Balù, io e Daddy B lo manderemmo al nido anche se avessimo nonni vicino a cui lasciarlo (ehm… tralasciamo l’aspetto economico!) Quindi una parte di me aspetta impaziente il momento in cui riprenderà la routine vera, quella in cui gli orari sono ben precisi e con un po’ di fortuna,  un pizzico di tenacia e molta organizzazione si riesce a incastrare tutto. Ma c’è un’altra parte che invece si bea di queste mattine lente, che iniziano prestissimo perché Balù è mattiniero e ci offrono ore da riempire prima di arrivare al nido. Ore che passiamo a fare colazione con calma, a uscire a passeggio, a portare il pane alle paperette… Sì, perché se vi alzate alle 6:30 e l’arrivo al nido è previsto per le 10, ce ne avete di tempo!

È vero che ogni giorno è irripetibile, ma da che c’è mio figlio l’espressione ha assunto un senso nuovo, più pieno. E l’inserimento è quella terra di mezzo in cui mi posso ancora godere le giornate con lui, scivolando dolcemente verso la routine che poi ci accompagnerà per tutto l’anno. Una routine di cose da fare autonomamente, senza vedersi per ore e ore. Senza respirare il suo profumo.

Questo inserimento è una terra di mezzo tra un agosto sempre insieme e un nuovo anno di lavoro. Una terra di mezzo da percorrere palmo a palmo e godere fino all’ultimo minuto, perché sono minuti che non torneranno. Come tutti i minuti, ma questi ancor di più.

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6 thoughts on “L’inserimento al nido: la terra di mezzo

  1. ho ricordi precisi dei nostri due inserimenti. Si perchè pure noi ne abbiamo fatti due nel giro di un mese e mezzo… io purtroppo non me lo sono goduto tanto. Il primo perchè dopo tre giorni si è ammalato, il secondo perchè ero incasinata come al solito con il lavoro! In bocca al lupo e goditelo!

    1. Durante il primo inserimento anch’io ero incasinatissima con il lavoro, forse è anche per questo che stavolta me lo sto godendo: è un periodo molto più tranquillo, per fortuna!

  2. L’ho appena portato al nido, leggo le tue parole e sento un po’ di malinconia. È strano cambiare ritmi, stare lontani per ore e avere tempo, un tempo che è ancora lento, per me

    1. Sì, è strano, ti capisco benissimo. Però piano piano ci si abitua e per me è bello vedere mio figlio sicuro e sereno anche in un ambiente non familiare (nel senso che non c’entra con la famiglia).

  3. Non ho idea di se e quando mia figlia andrà al nido. Ufficialmente sono una neolaureata in cerca d’impiego, quindi valgo appena più di zero nelle graduatorie (… uno, per la precisione). Soldi per mandarla a un nido privato, ma scherziamo? Al di là della remota ipotesi “se trovassi un lavoro fisso”, dico la verità, al momento sento il bisogno di un’oretta per i fatti miei. Senza orecchio teso per capire se il pisolino è finito, sapendola in mani sicure, stando tranquilla. Chissà, magari, un giorno…

    1. Non entro nel merito delle questioni economiche (al nido privato ho lasciato più di metà del mio stipendio!), ma capisco benissimo il bisogno di avere un tempo proprio, non solo durante i pisolini: ci sono stati momenti in cui mi sono sentita prigioniera di mio figlio… I “fatti propri” secondo me sono sacrosanti!

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