Un signore maturo con un orecchio acerbo

Ho appena letto che oggi è il compleanno di Gianni Rodari, un autore che ho imparato ad amare grazie a mio padre che, quando ero bambina, mi leggeva Le favole al telefono e Il pianeta degli alberi di Natale.

Lo ricordo con una sua poesia, che ho scoperto da adulta e che amo molto:

Un signore maturo con un orecchio acerbo

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.

Non era tanto giovane, anzi era maturato
tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato.
Cambiai subito posto per essergli vicino
e potermi studiare il fenomeno per benino.

Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?
Rispose gentilmente: – Dica pure che sono vecchio
di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.
È un orecchio bambino, mi serve per capire
le voci che i grandi non stanno mai a sentire.
Ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli.
Capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose.

Così disse il signore con un orecchio acerbo quel
giorno, sul diretto Capranica-Viterbo.

Gianni Rodari (in Parole per giocare, Manzuoli, Firenze, 1979)

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Settembre è arrivato e mi ha (s)travolta

autumn The Library of Congress

Settembre mi ha (s)travolto.

Tra il rientro in pianta stabile a Milano, l’inserimento al nuovo nido, il lavoro, la nuova casa (eh già, c’è un trasloco nel nostro futuro), dei colloqui che mi è capitato di fare (e che siccome Milano è Milano tra andare, colloquio e tornare ogni volta mi sono partite tre ore) ho faticato davvero a tenere insieme i pezzi.
Aggiungiamoci poi che girovaga sono sempre, pure controvoglia, e quindi i weekend erano già pieni di impegni (belli) ad almeno 80 km da casa… Be’, ecco, sono un po’ cotta, mettiamola così.

Ma ora stiamo per tornare alla routine. Già, perché il periodo di inserimento volge al termine. Delle tre (dico tre) settimane previste, Balù ha deciso di scontarne una. Venerdì scorso, ultimo giorno della seconda settimana, si è addormentato spontaneamente al nido dopo pranzo. L’avevo detto io alla maestra, già una settimana prima, che per lui il binomio pranzo-nanna è indissolubile perfino da prima di andare al “vecchio” asilo. Ma niente, non è servito: venerdì me l’hanno svegliato e l’hanno consegnato, intontito dal sonno, a Daddy B che era andato a prenderlo. (A discolpa della maestra posso dire però che proprio il giorno in cui l’avevo informata del legame pranzo-nanna Balù si era messo a piangere così tanto, ma così tanto, che mi aveva chiamata per terminare precipitosamente il distacco. E potete immaginarvi come mi ero sentita, io madre snaturata che invece che lasciare suo figlio all’asilo che già conosce lo iscrive a uno nuovo, io madre degenere che si aspettava che l’inserimento sarebbe filato liscio come l’olio perché il nido Balù già sapeva cos’era… insomma, ci siamo capiti).

Comunque, se tutto va come deve, questa è l’ultima settimana fuori controllo. Non so se me la racconto per resistere fino a domenica sera (anche questo weekend siamo via) o se sarà davvero così, ma spero la seconda. E ora mi rimetto al lavoro, perché in qualche momento della giornata dovrò pure lavorare, con la spiacevole sensazione che a fare troppe cose finisce che non te ne viene bene neanche una.

L’inserimento al nido: la terra di mezzo

bimbo con ciuccio

Siamo dei veterani dell’inserimento.

A 18 mesi non ancora compiuti, Balù è già alle prese con il suo secondo asilo nido. Non perché il primo (che ha iniziato a frequentare a 9 mesi) non ci piacesse, anzi, ma perché quest’anno ad aprile io non ero in balia di un bambino di un mese e ho potuto iscriverlo alle graduatorie del Comune. Morale: siamo passati dal privato al pubblico. E si ricomincia da capo la trafila dell’inserimento.

Trovo molte differenze tra il primo inserimento e questo, legate sicuramente alla dimensione della struttura e all’età di Balù. Anche questo asilo mi piace molto e, siccome io e mio figlio fino ad ora abbiamo dimostrato di avere gusti simili, sono tranquilla e prevedo che a breve Balù varcherà la soglia del nido sorridente e mi farà capire che devo darmi una mossa a togliergli le scarpe perché vuole andare a giocare, proprio come faceva la scorsa primavera.

Ma la differenza più grande è il modo in cui io affronto quest’inserimento: me lo sto proprio godendo, con quel piacere dolceamaro delle cose buone che prima o poi finiscono. La cosa buona che prima o poi finisce non è tanto l’inserimento in sé quanto la provvisoria routine che instaura. Adesso lo so che alla fine dell’inserimento ci sono giornate intere senza mio figlio. Lo so perché l’ho vissuto, prima lo sapevo e basta.

Non fraintendetemi: il nido per noi è una scelta obbligata, certo, ma è una scelta felice. L’esperienza dello scorso anno è stata super positiva e, per come è Balù, io e Daddy B lo manderemmo al nido anche se avessimo nonni vicino a cui lasciarlo (ehm… tralasciamo l’aspetto economico!) Quindi una parte di me aspetta impaziente il momento in cui riprenderà la routine vera, quella in cui gli orari sono ben precisi e con un po’ di fortuna,  un pizzico di tenacia e molta organizzazione si riesce a incastrare tutto. Ma c’è un’altra parte che invece si bea di queste mattine lente, che iniziano prestissimo perché Balù è mattiniero e ci offrono ore da riempire prima di arrivare al nido. Ore che passiamo a fare colazione con calma, a uscire a passeggio, a portare il pane alle paperette… Sì, perché se vi alzate alle 6:30 e l’arrivo al nido è previsto per le 10, ce ne avete di tempo!

È vero che ogni giorno è irripetibile, ma da che c’è mio figlio l’espressione ha assunto un senso nuovo, più pieno. E l’inserimento è quella terra di mezzo in cui mi posso ancora godere le giornate con lui, scivolando dolcemente verso la routine che poi ci accompagnerà per tutto l’anno. Una routine di cose da fare autonomamente, senza vedersi per ore e ore. Senza respirare il suo profumo.

Questo inserimento è una terra di mezzo tra un agosto sempre insieme e un nuovo anno di lavoro. Una terra di mezzo da percorrere palmo a palmo e godere fino all’ultimo minuto, perché sono minuti che non torneranno. Come tutti i minuti, ma questi ancor di più.

biglietto per un sogno

Una mamma viaggiatrice in cerca di una monogamia topografica

 Essere una mamma è faticoso. Essere una mamma viaggiatrice ancora di più, credo (ma non ne sono sicura perché sono un mamma nomade e non vivo la vita delle mamme stanziali). E non sto parlando di viaggi favolosi e vacanze, ma di un continuo girovagare tra varie case e varie città in un perpetuo errare per il Nord Italia o, essenzialmente, per la Pianura Padana. Perché viaggiare è un’abitudine mentale, certo, ma per me è anche una routine. E non sono una mamma pendolare.

Dalla primavera del 2013, quando è nato Balù, siamo andati e venuti da Milano tante di quelle volte che non le voglio nemmeno contare. Siamo stati 3 mesi a Milano, 1 a Brescia, 1 in giro tra mare e montagna, 4 a Brescia, 7 a Milano, 1 in giro tra montagna e lago, 1 a Brescia. Ma non fatevi ingannare dai periodi più lunghi: sono stati inframmezzati da andate e ritorni almeno settimanali tra Milano e Brescia (e Verona, il pavese e altre mete che, per una ragione o per l’altra, doveva raggiungere).

Ora che è settembre e che nel weekend torneremo definitivamente a Milano, che Balù lunedì riprenderà il nido e la nostra vita potrebbe imboccare la via della monogamia topografica, evito di farmi illusioni perché guardando il calendario ho già visto che, per una ragione o per l’altra, la nostra presenza è prevista in posti diversi da casa nostra per tutti i weekend da qui a fine mese. Tutti posti ad almeno 100 km da casa, se no non c’è gusto.

Che uno la settimana lavora e il weekend vorrebbe riposare, o almeno sistemare casa e fare quelle cose che di solito si accumulano il sabato. E invece no, a noi non è dato. Ma ormai ci conviviamo benissimo. Anche se la stanchezza si fa sentire.

Però questo perpetuo errare (mammagirovaga non per niente, insomma) ha dei lati positivi. Molti.

Balù si sente a casa ovunque e affronta il mondo con una fiducia che mi riempie il cuore.

Io scopro città che conoscevo già con occhi nuovi (i suoi) e amo Milano più che mai perché quella è, per me, casa – nonché, tra tutte, la città più a misura di bambino, incredibile ma vero.

Il tempo che impeghiamo a impacchettare tutto e caricare la macchina (perché sapete benissimo com’è muoversi con un bambino di 0-18 mesi, vero? Ecco, aggiungeteci anche un cane che occupa giustamente tutto il bagagliaio e avete il quadro completo!) per poi scaricarla potrebbe entrare di diritto nel Guinness dei Primati.

Io e Daddy B abbiamo scoperto che non esistono solo i viaggi intercontinentali, che è bello anche esplorare quello che c’è vicino a noi, confondere le nostre città e creare una nostra geografia unica.

Più di tutto però, io perenne inquieta in fuga da un luogo all’altro, ho capito che chi ha detto che bisogna stare attenti perché non è detto che la felicità ci segua ovunque andiamo si sbagliava di grosso. La felicità, come l’inquietudine, te la porti con te. E se viaggio con Daddy B, Mucchino e Balù la felicità è nella borsa più grossa.

La maternità è cosa da donne

la maternitàLa maternità è cosa da donne. È banale e pure tautologico, ma prima non ne capivo la portata fino in fondo. Me ne sono resa conto in pieno osservado mia madre, io mamma.

Lo scorso autunno, fermamente intenzionata a non mandare Balù al nido prima dei 9-10 mesi, ho vissuto con un piede a Milano e l’altro nella città dei miei genitori, in modo da poter contare sull’aiuto di mia madre. Si è creata così una routine, anzi, più di una. Una di mia madre con mio figlio, nelle ore in cui faceva la nonna a tempo pieno (cioè mentre io lavoravo) e una di mia madre come madre di una mamma.

Dopo la nascita di Balù, mi sono resa conto in frettissima che diventare mamma mi stava facendo conoscere molte cose di me che prima ignoravo. Ma non pensavo che a diventare mamma avrei conosciuto meglio mia madre. Capìto, anzi. Imparato a smettere di dare per scontato. Imparato il valore (e il costo) delle cose che ho sempre dato per scontate.

Perché lo scorso autunno, nei mesi trascorsi in bilico tra due città, ho visto mia madre continuare a fare la mamma e preoccuparsi per me, troppo stanca per riuscire a gestire tutto e troppo orgogliosa per ammetterlo. L’ha fatto con il suo solito modo dolce e discreto, ma l’ha fatto. E l’ho avuta al mio fianco, sempre dalla mia parte, in ogni mia scelta: dall’autosvezzamento al pendolarismo, per dire. L’ho avuta dalla mia parte come sempre in tutta la mia vita (anche quando sapevo benissimo che non era d’accordo). E ho scoperto la quantità di fiducia che ripone in me: infinita.

Osservandola con mio figlio, l’ho conosciuta come nonna. Il genere di nonna che, quando hai bisogno di staccare un momento la spina (leggi: farti una bella doccia con calma) prende tuo figlio che vorrebber stare con te e gli dice: “Tesoro, lo so che è la tua mamma e tu sei il suo bambino e che vuoi stare con lei. Ma è anche la mia bambina (sic) e io la sua mamma e adesso la lasciamo riposare un po’. Poi torna da te” per poi trovare un modo di distrarlo che solo lei sa come le viene in mente o come fa a funzionare. Il genere di nonna che accudisce il nipote e accudisce la figlia, e lei si mette dopo tutti gli altri. Come ha sempre fatto, ma prima non me ne accorgevo. O forse lo davo per scontato. Ma prima la parola “stanchezza” aveva un senso meno totalizzante. Il genere di nonna che stravede per il nipote ma è sempre, comunque, dalla parte della figlia. Che non ti dice: “Trent’anni fa si faceva così, e guarda come sei venuta su bene” ma che ti ascolta sempre. Perché lo sa che, di tuo figlio, la mamma sei tu. Che fa di tutto per alleggerirti il peso delle giornate. E lo fa sempre con la massima discrezione.

Osservandola nella casa dove ho trascorso buona parte della mia infanzia e la mia adolescenza, vedendola fare i gesti soliti di tutta una vita, mi chiedo come sia riuscita a fare tutto. Lavorare, mettere al mondo e tirare su quattro figli, coltivare degli interessi. Ma se glielo chiedo, lei non se lo ricorda. Dice: “Ma, sai, io avevo i miei genitori vicino che potevano aiutarmi”. (Dico, quattro figli! A me i genitori vicini non basterebbero di certo!) oppure “Ma, forse voi dormivate di più”. Ma io mi chiedo, banalmente, come abbia potuto cucinare per quel piccolo esercito, tutti i giorni, tutta la vita, e pure senza lamentarsi. (E senza meal planning!). Come abbia potuto non staccare la spina, mai. Esserci sempre. E mettere sempre prima noi.

Osservandola, guardando per la prima volta con gli occhi di mamma, ho capito che mia madre è (probabilmente) la persona più altruista che conosco. Oltre che (senza dubbio) la più discreta. E la più forte. Ho sentito il prezzo di certi sacrifici nemmeno detti, perché forse non li ha mai vissuto come tali. E ho capito che io non ne sarei capace. Non di tutti di certo.

Ma forse è vero, il destino di ogni donna è assomigliare alla propria madre.

Mia madre, più invecchia, più assomiglia alla sua, almeno per come la ricordo io.

Forse è vero, il destino di ogni donna è assomigliare alla propria madre.

Senza ripeterne gli errori. Perché è bene che ogni generazione impari da quello che la precedente ha sbagliato.

Forse è vero, il destino di ogni donna è assomigliare alla propria madre.

Me lo ripeto ancora una volta. E penso che, per mio figlio, potrebbe essere una gran bella cosa.

La cosa davvero importante

Ieri prima di cena mi sono fermata a giocare fuori con Balù, seduti nel bel mezzo del vialetto di ghiaia che c’è davanti alla casa della bisnonna qui sul lago Maggiore, dove stiamo trascorrendo qualche giorno. Stava scendendo la sera e ci arrivavano i suoni ovattati delle cucine dei vicini. L’aria era ancora tiepida e tiepidi erano anche i sassolini che Balù, concentratissimo, spostava dalla paletta al secchiello.

Ho iniziato ad aiutarlo, afferrando manciate di sassolini e rovesciandole nel secchio. Siamo andati avanti così per un po’, sorridendoci, aiutandoci a vicenda e guardandoci soddisfatti. Poi Balù ha rovesciato il secchiello e abbiamo ricominciato.

Mi sono resa conto che avevo dimenticato quanto è piacevole sentire i sassolini tra le dita, il loro rumore quando cadono.

Mi sono concentrata anch’io sul nostro lavoro. Sul quel riempire per svuotare per il gusto di farlo. Ho detto a Balù che mi stavo divertendo con lui e mentre lui rideva del suo sorriso ancora molto sdentato mi è venuto un dubbio: non è che la cosa davvero importante è stare seduti in un vialetto di ghiaia a farsi scorrere i sassolini tra le dita, rastrellare gli spazi vuoti e rovesciare secchielli pieni di ghiaietta? E com’è possibile saperlo e poi dimenticarsene?

Kit di sopravvivenza per neomamme

Se tornassi indietro di 15 mesi, l’età che ha ora mio figlio, e potessi dire a me stessa neomamma cosa avere/fare per sopravvivere ai primi tempi, mi direi:

1) Usa ogni momento libero per riposare. Ma davvero. Quando tuo figlio dorme, dormi anche tu. Non importa se la casa fa schifo e il papà sembra non notarlo. Non lavorare e non occuparti delle faccende domestiche se prima non hai dormito.

2) Non fare la super donna. Non ce la puoi fare a resistere per 12 mesi. Ti aspettano 9 mesi di notti insonni: riposa ogni volta che puoi, altrimenti crolli (lo so, questo punto ricorda molto il precedente, ma non riposare, lavorare da casa e in casa per me è stato deleterio!) E cerca di ritagliarti un po’ di spazio per te (per cose frivole), perché anche se è tuo figlio, stare con lui e dedicarti a lui ed essere a sua disposizione 24 ore su 24 tutti i giorni ti farà diventare pazza.

3) Di’ al papà di fare delle cose. Dagli dei compiti molto precisi (e semplici).  L’arrivo di un bambino cambierà, e di molto, il vostro rapporto. Ci saranno momenti difficili, ma passeranno.

4) Ripeti al papà le cose. Chiedigliele più volte. Sì, sono sempre le stesse. Sì, dopo tre volte dovrebbe avere imparato e farlo in automatico, ma siccome non è così, tu chiedi. E incazzati anche e diglielo, che sei stanca, senza sentirti in colpa, perché seguire un neonato è faticoso. E se non capisce e non collabora, vai qualche giorno da tua madre. Farà bene a entrambi. O comunque farà bene a te.

5) Chiedi aiuto ai nonni. Anche se sono lontani (chi ha i nonni vicini e disponibili e non deve cavarsela totalmente da solo ha una fortuna immensa!): il loro aiuto, di qualunque tipo o entità, è sempre una boccata d’ossigeno.

6) Fai scorta di coppette assorbilatte. Non è vero che fanno venire le ragadi, le puoi tenere indosso tutto il giorno. E il Tigotà è il negozio in cui quelle usa e getta costano di meno. (Le creme invece non servono a nulla: dopo 15 mesi senza creme, la mia pelle è perfetta, senza segni né smagliature.)

7) Quando vai a letto, rassegnati: le tette ti faranno male e spruzzerai latte a go-go. Prepara delle magliette pulite per rapidi cambi notturni e mettitela via.

8) Tieni sempre una bottiglietta d’acqua a portata di mano: allattare ti prosciuga.

9) Non dimenticare di mettere la Fissan sul sederino di tuo figlio. A quanto pare, è l’unica pasta che non glielo fa arrossare.

10) A un mese, tuo figlio non è in grado di capottarsi nel letto, muoversi da solo, rotolare o cadere. Davvero.

11) Non credere a quelli che ti dicono che loro figlio a 10 giorni dormiva già tutta notte. Mentono. E se non mentono, dovrebbero preoccuparsi.

12) Solo tu sai quello che è giusto per te e per tuo figlio. Sono gli altri a doversi adeguare. Ma sorridere ai consigli non richiesti non fa male.

13) Le punture di zanzara sulla pelle di tuo figlio fanno più effetto a te che a lui.

14) Anche se è molto più faticoso di quello che pensavi, ne vale la pena in un modo che non puoi immaginare finché non lo vivi.

15) Il difficile è l’inizio, poi è tutto in discesa!